L’Isis: Ora tocca all’italia,siamo già tra voi vi macelleremo”

Caccia al resto della cellula entrata in azione in Spagna. Al vaglio il ruolo di un’imam, potrebbe essere la mente degli attacchi. Intanto sui social arriva la minaccia dello Stato Islamico all’Italia 

Svolta nelle indagini sugli attentati di Barcellona e Cambrils: i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, ora ipotizzano che sia stato Younes Abouyaaqoub, un marocchino di 22 anni in fuga in Francia, l’autista del furgone bianco che ha seminato la morte sulla Rambla giovedì pomeriggio. Finora il più forte sospettato come autore materiale della strage era stato il 17enne Moussa Oukabir, uno dei cinque terroristi uccisi dalla polizia nella notte tra giovedì e venerdì nel nuovo attacco portato nella cittadina di Cambrils. Hugo Ghanim, la madre di Abouyaaqoub, ha lanciato l’appello al figlio, chiedendogli di costituirsi: «Non voglio che uccida altri, l’Islam non dice di fare questo». La donna ha partecipato, insieme ad altri parenti, a una manifestazione contro il terrorismo della comunità islamica di Ripoll, il centro della cellula che ha agito a Barcellona.

L’Isis: ora tocca all’Italia

Nel pomeriggio un canale di sostenitore dell’Isis sull’app di messaggistica Telegram, ha rivolto l’attenzione all’Italia: sarà il prossimo obiettivo, scrivono. E’ quanto ha reso noto l’agenzia americata Site, che monitora l’attività sul web dei jihadisti.

L’Isis ordina di colpire gli infedeli ovunque si trovino. E aderente sa perfettamente qual è il suo compito

Riassunto del Passato

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«Islamic State in Rome» era l’hashtag usato per minacciare il nostro Paese. E la propaganda via web, insieme agli attentati che progettavano, sono costati a due aspiranti jihadisti la condanna a sei anni di carcere per terrorismo internazionale.

Il pakistano Muhammad Waqas, 27 anni, e il tunisino Lassaad Briki, 35enne, sono stati arrestati nel luglio 2015 e condannati dal Tribunale di Milano lo scorso maggio. L’indagine della Digos – coordinata dall’aggiunto Maurizio Romanelli e dal pm Enrico Pavone – era nata dai tweet con le foto del Duomo di Milano, del Colosseo, di auto della polizia. Alcuni messaggi: «Siamo in vostre strade. Siamo soldati di Allah», «Siamo già a Roma. Nostri coltelli sono affilati e pronti per la macellazione». Le motivazioni della condanna pubblicate ieri dalla corte d’Assise (presidente Ilio Mannucci) sono uno dei primi documenti giudiziari italiani sul fenomeno dei «lupi solitari» che aderiscono all’Isis dall’Europa. E preparano attacchi contro gli «infedeli». Come gli imputati che, per gli inquirenti, se non fossero stati arrestati sarebbero passati all’azione.

 

Nel mirino anche la base Nato di Ghedi, non lontano da Manerbio (Brescia), dove i due abitavano. Non serve – spiegano i giudici – che i lupi solitari commettano azioni violente per essere considerati pericolosi ed essere perseguiti. «L’esecuzione di un’azione terroristica in genere segna anche il momento in cui l’intervento repressivo dello Stato è ormai inutile». Da qui la necessità dell’«anticipazione» delle contromisure, «con la configurazione di un reato di pericolo». L’Isis ordina «di colpire gli infedeli ovunque si trovino, cosicché ogni aderente sa perfettamente qual è il suo compito, la cui esecuzione dimostra la condivisione e il perseguimento degli scopi dell’associazione e viene perciò dalla stessa rivendicato». È il «terrorismo individuale», marchio di fabbrica del Califfato.

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