L’invasione economica Cinese in Africa di cui pochi parlano

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La presenza economica Cinese in Africa

L’invasione economica Cinese in Africa. Riprendiamo il tema dell’ingombrante presenza cinese in Africa, dopo che nel precedente numero abbiamo analizzato il dramma di 40milioni di abitanti delle coste del Senegal, privati dal loro tradizionale sostentamento alimentare proveniente dal mare a causa delle flotte di pescherecci cinesi. In questo numero affrontare il problema non di un solo Stato, ma di tutto il continente africano. Tempi nuovi, più consoni ad una società umana finalmente uscita da circa un secolo dal concetto aggressivo del colonialismo.
In Africa diverse nazioni europee di cui si erano proclamate portatori di civiltà hanno commesso i peggiori crimini in nome di una illusoria cultura di superiorità scientifica, tecnologica e
sociale.

invasione economica Cinese in Africa
invasione economica Cinese in Africa

Anche l’Italia non è stata da meno illudendosi di portare la civiltà in Libia, Somalia ed Eritrea e quindi sostituendosi di fatto ai governi locali. Allora occupare non solo l’Africa, ma altre regioni del
pianeta in nome della “civiltà superiore” era estremamente facile, con la tecnologia e l’organizzazione
militare in possesso alle nazioni allora definite “civili” era gioco facile distruggere in breve tempo le timide resistenze locali. Quei tempi per fortuna son terminati, non è più concepibile pensare di impossessarsi di terre altrui con
l’uso della forza. Oggi esistono organizzazioni internazionali che non permetterebbero più tali progetti di
conquista.
Allora l’era della colonizzazione è finalmente terminata? Per niente! Oggi si attuano altri sistemi non più
cruenti, ma più sottili ed anche molto più efficaci: l’economia.
La grande Cina in questo è maestra, non a caso partendo proprio dall’Africa. Inizialmente il governo di
Pechino si è presentato ai disastrati e corrotti Stati africani promettendo di risolvere i loro problemi cominciando nella realizzazione di strutture e infrastrutture necessarie per il loro sviluppo.

In primis progettando e costruendola strade ferrate, migliorando le infrastrutture dei vari porti, poi ancora l’edilizia nelle città, fino a realizzare grandi centrali elettriche. Tutto bello, ma che bravi questi cinesi!

I soldi li hanno messi le banche cinesi, su indicazione del governo centrale di Pechino, poi però è arrivata la resa dei conti: “ridateci quanto vi abbiamo prestato!” In tutta risposta le già povere nazioni africane non avendo soldi da restituire hanno svenduto alla Cina: foreste, porti, giacimenti minerari, terreni agricoli, ecc.
Come esempio possiamo analizzare quello della Rd Congo.
Stiamo parlando di un oneroso prestito di 9 miliardi di dollari per la distribuzione e la messa in atto dei sistemi stradali e ferroviari, Kinshasa ha concesso ai cinesi i diritti per estrarre fino a 10 milioni di tonnellate di rame e 420.000 di cobalto in 15 anni. Il 54% delle risorse globali di cobalto si
trova in Congo.

Nel 2019 la Cina ha importato cobalto per 1,5 miliardi di dollari. Non solo, l’Africa offre uno sbocco a moltitudini di contadini e manovali cinesi a bassa scolarizzazione che rappresentano una spina nel fianco per Pechino, alle prese con boom demografico, metropoli sovraffollate, crescenti sperequazioni sociali. Quindi terre africane da coltivare le cui derrate alimentari vengono poi spedire in Cina.
Quel che è certo è che la Cina in Africa fa i propri interessi: accede a risorse minerarie e naturali
cruciali, s’impossessa di terre fertili, convoglia il surplus manifatturiero su nuovi mercati, stringe alleanze
militari che consolidano la sua influenza, permette alle imprese di delocalizzare gli impianti abbattendo i costi della manodopera.

Purtroppo la pressante presenza cinese dà anche “vigore” al bracconaggio. Infatti a causa di una
medioevale tradizione della medicina cinese che prevede di curare ogni forma di malattia con le polveri di avorio, corni di rinoceronte e denti di tigre, fa strage di animali in Africa.
Morale della favola bracconieri senza scrupoli e anima stanno portando all’estinzione rinoceronti e tigri. L’aumento di richiesta cinese sui pelli d’asino (per produrre un popolare farmaco tradizionale contro l’insonnia e per aumentare la libido, l’ejiao) ha messo in ginocchio drasticamente la popolazione di asini – e fatto volare il loro prezzo in Niger, Etiopia, Kenya e Burkina Faso, con conseguenze drammatiche per i contadini, cosa che ha spinto, finalmente, i governi a porre qualche freno alla mattanza.
Non esiste poi un’integrazione con i milioni di cinesi ormai stabilizzatisi in Africa.

I rapporti con le popolazioni locale sono ridotti al minimo. E il distacco alimenta pregiudizi e diffidenze. In Zambia, Etiopia e Congo – sono molti gli africani a parlare con disprezzo degli «uomini con gli occhi a mandorla», additati talvolta come «spie comuniste», «truffatori» o «sfruttatori». David Van Reybrouck, giornalista e autore del best seller Congo, racconta:

«Ho notato che i congolesi si esprimevano in maniera ambivalente nei confronti della presenza cinese.

Nel loro sguardo si mescolano ammirazione e diffidenza, un paradosso che si traduce spesso in leggera derisione. Nelle relazioni sociali i cinesi vengono considerati freddi e poco socievoli.
Non ridono quasi mai, è il giudizio di molti, non si mescolano con noi! Ovviamente la barriera linguistica e le grandi differenze culturali non agevolano i contatti.
Gli uomini che lavorano per i cinesi (donne non ce ne sono) si comportano in maniera ossequiosa, ma di nascosto li prendono in giro – un atteggiamento simile a quello adottato un secolo prima nei confronti degli europei. Ciò non toglie che molti siano impressionati dalla rapidità con cui lavorano».


A questo punto il rapporto Cina Africa rappresenta senza alcun dubbio una nuova forma di colonialismo. In fondo risponde alle logiche di sempre: petrolio dall’Angola e dalla Nigeria, rame dal Congo, uranio dalla Namibia, bauxite dalla Guinea… In molti accusano il Dragone di sostenere regimi autoritari, è però
difficile sostenere che gli europei in passato si siano comportati diversamente. Basti pensare alla lunga teoria di dittatori che hanno goduto della connivenza delle ex potenze coloniali.

Considerazioni simili valgono per le critiche a Pechino – peraltro spesso fondate – riguardanti i danni ambientali, la qualità scadente e gli impatti dei suoi prodotti, lo sfruttamento dei lavoratori, la vocazione predatrice e l’atteggiamento razzista.


La Cina oggi è diventata il primo partner commerciale dell’Africa — e dal 2009 fino ad oggi ha investito 400 miliardi di dollari – e si muove a tutto campo, non solo nel settore delle materie prime e
nelle infrastrutture: spazia dall’alta tecnologia al manifatturiero di base.


In Africa più di 10.000 delle aziende sono cinese, ovvero quasi il 50% di tutte le imprese. La progressione è impressionante: nel 1999 il volume degli scambi era di 5,6 miliardi di dollari, nel 2006 è arrivato a 50 e nel 2015 ha raggiunto i 216. E il suo predominio è andato consolidandosi. Pechino ha conquistato il primato delle relazioni diplomatiche ed economiche con nazioni strategiche un tempo legate all’Europa o agli Usa.
La stessa sede dell’Unione Africana, una torre di venti piani inaugurata otto anni fa ad Addis Abeba, è stata presentata come un regalo della Cina. Tuttavia, secondo Le Monde, Pechino avrebbe fatto un regalo a se stessa, collegando la rete informatica del palazzo a una centrale di spionaggio a Shanghai. Ma il “nuovo colonialismo” cinese non si ferma in Africa, anche l’America Latina è nella lista del Dragone e, udite… udite, anche l’Europa meridionale, vedi la Grecia, è in questa lista di “conquista futura”, ma di
questo ne parleremo nel prossimo numero.

di Filippo Marian a cura di Essere Informati

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