il lago d’ Aral, era uno dei più grandi del mondo, ora c’è un vasto deserto

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il lago d’ Aral, uno dei più grandi del mondo, ora c’è un vasto deserto

Provate a cercare su un planisfero – o per i più nostalgici, su un mappamondo – il Lago d’ Aral. Non lo trovate? Guardate bene, tra il Kazakistan e l’Uzbekistan.
Non vedete nessuna grande superficie d’acqua tra le due nazioni dell’ex URSS, vicino alla città di Moynaq? Avete ragione. Perché il Lago d’Aral che c’era una volta, oggi non c’è più.

Aral. Ieri un lago, oggi un deserto

Secondo gli storici ambientalisti, l’anno di svolta è il 1973, quando cioè si può affermare che il Lago d’Aral che bagnava quelle latitudini è definitivamente scomparso. Ovviamente il processo non è stato così repentino, ma in maniera lenta ed inesorabile le acque si sono ritirate.
Dietro questo processo involutivo (ad oggi, dei 68 mila metri quadrati che bagnavano i due Paesi ne è rimasto anche meno del 10%) ci sono cambiamenti non di carattere squisitamente naturale. Dagli anni Sessanta – infatti – il governo sovietico ha mutato il corso dei due affluenti principali del lago, per sfruttare l’acqua nell’irrigazione dei campi limitrofi, in particolare la coltura intensiva del cotone.
Il risultato è stato che il lago non ha avuto più immissari. Il riscaldamento globale ha fatto il resto, determinando una graduale evaporazione di queste acque salate di origine oceanica.

il lago d’ Aral, era uno dei più grandi del mondo, ora c’è un vasto deserto
il lago d’ Aral, era uno dei più grandi del mondo, ora c’è un vasto deserto

A fare le spese della scomparsa del Lago d’ Aral è la stessa città di Moynaq, un tempo fiorente cittadina con un’intensa vita portuale e commerciale, figlia di una “flotta navale” di tutto rispetto, ed oggi città fantasma nel deserto, privata della principale attività di sostentamento – la pesca (erano più di 180 le specie che abitavano questo specchio d’acqua, ora sono drasticamente ridotte ed alcune sono addirittura estinte) – e che ha assistito inerme alla progressiva migrazione della sua popolazione verso territori più… vivi.
All’ingresso della città il triste monumento di benvenuto che continua ad alludere alle onde del lago e ai pesci che si pescavano.

 

Rianimare il territorio

La critica più decisa al regime sovietico arriva da una delle più importanti organizzazioni mondiali, l’ONU, che ha definito senza giri di parole la scomparsa del lago Aral come «uno dei peggiori disastri ambientali mai causati dall’uomo».
Anche perché è stata imboccata una strada senza ritorno.

Gli ambientalisti infatti hanno raggiunto la consapevolezza che “creare” nuovamente il lago è operazione impossibile. Tuttavia non si vuole lasciare che la terra continui a morire, tra polvere, pesticidi e sostanze tossiche, che sono – tra l’altro – portatori di malattie, anche il cancro.
La speranza è tornare quantomeno a creare una sorta di bonifica del suolo.

Ci sta provando il Kazakistan, non l’Uzbekistan invece, che ha scelto di non intraprendere azioni ambientali a riguardo, in parte poiché il lavoro nei campi di cotone crea più posti di lavoro dell’attività peschereccia, ma soprattutto in virtù del fatto che il sottosuolo si è rivelato un buon giacimento di gas naturale. Con tutte le implicazioni economiche che ne derivano.

Da circa 15 anni il Kazakistan sta cercando di ampliare il bacino d’acqua del lago, reintroducendo i pesci per ridare un piccolo slancio alla pesca.
In costruzione anche una diga – si dice sarà la più grande del mondo – per rendere operativo entro la fine di quest’anno il porto della cittadina.
Non si potrà tornare agli albori di 50-60 anni fa. Ma si potrà almeno far sì che la bellezza del Lago d’Aral non viva soltanto in una fotografia in bianco e nero.

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