Trattativa Stato-mafia, Riina vuole parlare

"Sì, accetto di rispondere alle domande dei pubblici ministeri. Perché no?". Al processo per la trattativa Stato-mafia,  Totò Riina spiazza tutti e annuncia alla corte la sua intenzione di sottoporsi all'interrogatorio del pubblico ministero. Una scelta che sorprende ma che non è nuova per il capo dei corleonesi che ha già reso interrogatorio, sempre negando qualsiasi sua responsabilità e l'esistenza stessa di Cosa nostra, in molti altri procedimenti a cominciare dal maxiprocesso.


In questo processo, pero', dove la Procura di Palermo cerca di provare l'esistenza di un patto criminale tra la mafia e lo Stato siglato subito dopo la stagione delle stragi del 92 con l'ormai famoso papello di richieste che il boss corleonese avrebbe fatto giungere, per il tramite del colonnello Mori, ai vertici delle istituzioni, la testimonianza di Riina assume una valenza particolare. Anche alla luce delle lunghissime e stranissime intercettazioni ambientali in carcere, prodotte dal pm Nino Di Matteo, in cui Riina avrebbe confidato al suo compagno di oria d'aria moltissime importanti affermazioni su tutto lo scibile della mafia.

L'interrogatorio di Riina, fino ad ora l'unico degli imputati del processo, ad aver dato la disponibilità a rispondere alle domande del pm, dovrebbe tenersi nell'udienza del 16 febbraio.
"Qualcuno degli imputati ci può dire se consente di sottoporsi all'esame dei pm?"  ha domandato il presidente della Corte d'assise, Alfredo Montalto, a chiusura di udienza. I pm Francesco Del Bene e Nino Di Matteo (che con Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia fanno parte del pool-trattativa) ribadiscono la richiesta: sottoporre all'esame della pubblica accusa gli imputati.

Così, dopo la domanda del presidente, l'avvocato Anania si è avvicinato alla postazione dell'interfono per parlare, via telefono, con Riina, che è sdraiato su una lettiga nella sala delle videoconferenze del carcere di Opera. E lui, a sorpresa, si è detto disponibile a rispondere alle domande dell'accusa. Il medico-boss Antonino Cinà risponde che "non acconsente"; non si esprime poiché "assente per rinuncia" Leoluca Bagarella; gli altri daranno una risposta entro la prossima udienza del 9 febbraio. L'accusa è pronta a chiedere a Riina di tutto: dal "papello" di richieste fatte allo Stato tramite Vito Ciancimino, alle eventuali interlocuzioni con emissari delle istituzioni,

 ai colloqui intercettati durante con il boss della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso, durante "l'ora della socialità" nel carcere milanese di Opera. Quei dialoghi in cui Riina, parlando del pm Di Matteo, disse tra l'altro: "Lo faccio finire peggio del giudice Falcone".

Nell'udienza del 10 febbraio sono previste invece le dichiarazioni spontanee del senatore Nicola Mancino, ex ministro dell'Interno, anche lui imputato insieme ai boss.

palermo.repubblica.it
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